C’era una volta l’uomo cacciatore. Poi agricoltore e, solo millenni più tardi, si entrava nell’era industrializzata. Il progresso ha marciato a tappe sempre più forzate e in solo due secoli la tecnologia ci ha traghettati nell’Età dell’Informazione.
Oggi, dopo pochi decenni “avidi” di dati digitali, secondo il futurologo Rolf Jensen – nel suo libro cult “The Dream Society” – stiamo già entrando nell’Era dell’Immaginazione, Era in cui “il business dovrà immaginare il proprio futuro come il bravo romanziere immagina le proprie storie” e dovrà conquistare non solo la mente ma anche il cuore delle persone.
Non tutti coloro che sono a capo delle Aziende mostrano una capacità immaginativa al pari di quella strategica. E nel contempo, le loro agenzie di comunicazione si sentono più a proprio agio con le immagini che con le strategie. Ma sostanza e stile possono andare d’accordo?
Secondo i fondatori di brandstory, i brand di successo ci danno indicazioni affermative. Sono i brand che fanno da richiamo sia per il cuore che per la mente, spesso attraverso le storie che coniugano logica narrativa e verità delle emozioni. È questo l’esito dell’ esperienza brandstory, sia per i brand globali che per quelli di nicchia, qualunque sia il mercato considerato.
L’innovazione della brand story e il suo ruolo strategico vivono un riconoscimento sempre più diffuso. Un giorno, il direttore strategico - a livello globale - di un colosso pubblicitario partecipò ad un workshop brandstory e da quel momento, per tutto il gruppo, i brief e le strategie d’Agenzia divennero “story briefs”. Secondo la stessa brandstory, una bella storia ben raccontata funziona per i clienti Europei e per quelli Americani: nel retail e nelle ferrovie, in finanza e nei servizi pubblici, nell’alimentare e nei prodotti per la casa, nel largo consumo e nel B2B.
E più che mai le aziende richiedono storie per accendere l’immaginazione … in qualsiasi campo. Il business sta davvero scoprendo che “la gente preferisce i brand … con una storia”.
